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Disabili e sessualità: perché nessuno ne parla

fonte laveracronaca.com

La tranquillità del vivere comune tende ad allontanare quegli argomenti il cui pensiero genera un automatico disagio, imprigionando dentro il silenzio di un tabù realtà escluse a priori dal dibattito e dal confronto sociale.

La redazione del nostro giornale La Vera Cronaca ha ricevuto l’e-mail di un lettore, che esprimeva e riportava il bisogno sincero di spazio, causato da una mancanza di considerazione, che avvertono le persone disabili in merito alla sessualità, rapportata appunto, nelle sue varie e complesse forme, al mondo della disabilità. Problema sentito e comune purtroppo a molti. 

Tonino Urgesi, la persona che ci ha contattato, ha 47 anni, è sposato, ha un figlio ed è disabile dalla nascita. Lo raggiungiamo telefonicamente e ci racconta di come per 20 anni si sia occupato di indagare e capire questo complesso argomento attraverso una ricerca svolta personalmente casa per casa nella città di Cesena, intervistando persone disabili dai 16 ai 50 anni, donne e uomini, che gli hanno raccontato le loro esperienze.

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Il "DOPO DI NOI", visto da me

Pubblico in versione integrale il post riportato sulle Home Page di superabile.it, superando.it e portale-autismo.it Nell'articolo ho provato a riassumere il mio punto di vista su una questione, "il dopo di noi", certamente complessa e delicata. Mi auguro che, insieme ad altri contributi, possa favorire una riflessione che considero, personalmente, doverosa e indifferibile. Ringrazio la redazione di superabile.it per l'ospitalità. [G. V.)

Mi pare molto interessante e utile la discussione che ha preso avvio di recente su alcuni network, riguardante il cosiddetto "dopo di noi". Sono il padre di un soggetto autistico di trentatré anni, ospite di una comunità residenziale di Torino, e francamente - lo dico dopo aver letto l'intervista del dottor Nicoletti - non mi sono mai illuso in questi anni tormentati che "qualcuno penserà ai nostri figli quando noi saremo troppo stanchi", nè ricordo di essere mai entrato "in un circolo magico" dal quale, giocoforza, diventerebbe ora urgente uscire.

Ho fatto, e faccio, i conti con la difficile realtà di tutti i giorni che riguarda mio figlio, più che con i sogni e la magia di un mondo che (purtroppo) non esiste nè mai esisterà. Dovrei chiedermi piuttosto dove si trovassero, in questi stessi anni, coloro i quali solo di recente hanno preso coscienza dell'esistenza di un problema sicuramente drammatico.

Ciò che intendo dire è che la questione legata al futuro dei nostri figli, con tutto il carico di preoccupazioni che ne consegue, è tutt'altro che "nuova". Si sconta un pesante ritardo di analisi ed elaborazione di proposte, della cui responsabilità molti tendono a sgravarsi in un rituale, tutto italiano, che porta inevitabilmente a individuare sempre nell'altro il principale artefice di una condizione che è andata aggrovigliandosi certo non per caso.

 Poco si è fatto per inculcare nei genitori la cultura dei diritti esigibili  di cui, assai opportunamente, Maria Grazia Breda ricordava l'esistenza. A chi sarebbe spettata questa fondamentale funzione "educativa" se non alle associazioni di familiari più rappresentative? Non mancheranno i distinguo e le precisazioni ma io penso che a prevalere siano stati quasi sempre i tatticismi e le soluzioni al ribasso. Si è affermata l'idea messianica della "goccia che prima o poi scalfirà la roccia"... in  una visione idealistica destinata magari a garantire il Paradiso a quante/i l'hanno declamata o la declameranno ma che, in compenso, peccato sia così,  costituisce alla prova dei fatti solo un'ottima ipoteca per l'inferno che quotidianamente vivono i nostri figli!

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In italia il "dopo di noi" è un diritto dal 1934

fonte superabile.it

contributo di Maria Grazia Breda,  portavoce del Coordinamento Sanità ed Assistenza

“Il ‘Dopo di noi’ in Italia è già una realtà. Ed è anche più di questo, è un diritto esigibile; il problema, semmai, è proprio la mancata consapevolezza di questo diritto”. Nel dibattito sul destino delle persone affette da autismo, che nelle ultime settimane è finalmente entrato nell’agenda mediatica nazionale, arriva da Torino il punto di vista delle associazioni. A portarlo è Maria Grazia Breda - presidente della fondazione “Promozione sociale”, da anni in prima linea nella tutela dei pazienti non autosufficienti e dei loro familiari - che interviene sulla scia delle recenti dichiarazioni di Gianluca Nicoletti, giornalista e padre di un ragazzo autistico. Presentando il suo ultimo libro, Nicoletti ha espresso forti preoccupazioni sul destino che attende ragazzi come suo figlio Tommy, una volta privi del sostegno genitoriale: “Ho capito – dichiarava lo scrittore qualche giorno addietro - che un autistico non può permettersi che il genitore, che lui ha scelto per il suo sostentamento quotidiano, invecchi, sia infelice, si deprima. A lui poi chi penserebbe?”.

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L'INPS e la diagnosi di autismo: doverosi approfondimenti

fonte superando.it

contributo di Donata Vivanti *

Leggo in «Superando.it», nell’articolo pubblicato qualche settimana fa, dal titolo Un Messaggio dell’INPS che “aggroviglia la matassa, che si rimprovera all’INPS – fra i tanti sacrosanti motivi di biasimo -, di non fare riferimento, per la diagnosi di autismo, al DSM-5 [“Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”, N.d.R.], ovvero alla nuova versione del Manuale Diagnostico e Statistico dell’APA, l’Associazione Americana degli Psicologi e Psichiatri.

Tuttavia – se non vogliamo ingarbugliare ancor di più la già imbrogliata ed evocata matassa -, sarebbe più prudente, prima di invocare la pronta adozione del DSM-5, considerare attentamente i rischi che tale adozione – forse prematura -, da parte dell’INPS comporterebbe, per i seguenti motivi.

Fino all’adozione del DSM-5 da parte dell’APA, le due principali classificazioni internazionali dei disturbi mentali, il DSM, appunto e l’ICD (International Classification of Diseases, ovvero “Classificazione Internazionale dei Disturbi e delle Malattie”) dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), coincidevano sostanzialmente nei criteri diagnostici per l’autismo.

La nuova edizione del DSM si discosta da quella precedente (il DSM-IV, non più in vigore), e di conseguenza anche dall’ultima versione dell’ICD (l’ICD 10), che nei criteri diagnostici per i disturbi dello spettro autistico, definiti «disturbi pervasivi dello sviluppo», si sovrappone al DSM-IV.

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GLI INSEGNANTI DI SOSTEGNO NELLA SCUOLA PUBBLICA

Fonte http://www.articolotre.com

Dal 1977, cioè da quando la legge prevede l’integrazione nel sistema scolastico dei disabili, dopo aver abolito le classi differenziali, è nata una nuova figura di insegnante, l’insegnante di sostegno, che allora veniva chiamato anche di “appoggio”.

Inizialmente furono istituiti dei corsi di specializzazione ma limitati e con un numero ristretto di partecipanti, per cui vi fu una pesante carenza di docenti nelle scuole dove erano inseriti i disabili. Talvolta quindi vennero assegnati al sostegno i docenti senza posto di lavoro, i supplenti giovani i quali non erano in grado di fare fronte ai problemi che quotidianamente si presentavano. Spesso accettavano la cattedra (per avere un reddito stabile) anche coloro che non erano mai entrati in un’aula, coloro che si sentivano a disagio, turbati a contatto di un portatore di handicap, causando situazioni imbarazzanti per la scuola e penose per i ragazzi. Col tempo vennero nominati molti altri docenti specializzati, riuscendo a “coprire” molte delle esigenze delle scuole. Ma, malgrado i corsi, malgrado i docenti abbiano scelto consapevolmente questo lavoro, il problema del sostegno non è stato risolto ancora oggi in modo ottimale.

Qual è il problema? La qualità degli interventi sulla classe e sull’alunno.

Di fatto molti insegnanti di sostegno, pur avendo acquisito la specializzazione, spesso credono che fare lezione ad un disabile consista nel far “trascorrere” il tempo in classe, o fuori dall’aula senza alcun intervento educativo o culturale. Poiché l’alunno frequentemente non è in grado di porre critiche e di rifiutare un trattamento da “oggetto”, prima che qualcuno si accorga dell’inutilità della presenza del docente, si arriva a fine anno scolastico.  

 

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