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AMICI

Ringrazio e pubblico volentieri un breve racconto scritto da Adelaide, grande amica e compagna di mio figlio Gabriele

 

PERCHE’ UN RACCONTO?

Mi sembra che tecnicamente il racconto stia all’articolo come la pittura espressionista a quella realista. Il pittore tedesco Nolde, in una sua riflessione programmatica, dice infatti che riprodurre fedelmente la natura non consente di esprimere se stessi, mentre “aggiungere alla natura il proprio spirito trasforma l’opera in arte”.

Lungi dall’avere velleità artistiche, mi è parso che questo concetto potesse avere un significato più ampio e riguardare anche l’opportunità di inserire un racconto in un contesto relativo alla disabilità, dalla connotazione fortemente sociale e giuridica com’è questo sito.  

Infatti un racconto, con rapide pennellate e colori essenziali, può andare oltre la descrizione di una condizione o di un’esperienza vissuta e mostrare i sentimenti, gli stati d’animo, i coinvolgimenti di chi si trova a contatto con quella forma di disabilità  dai contorni irregolari e multiformi che è l’autismo.

E’ in quest’ottica che ho sentito il bisogno di fare una piccola riflessione sulla mia attività di volontaria che si rivela a tratti impegnativa, non tanto per il tempo dedicato o lo sforzo compiuto, quanto per il ritrovarmi a contatto con i problemi esistenziali, vissuti da ragazzi che sono in una situazione di  svantaggio, all’interno di una comunità residenziale, e si trovano a vivere le stesse tappe della vita dei loro coetanei normodotati.

E ho sentito il bisogno di condividerla proprio con chi si misura ogni giorno con questi temi: i lettori di questo sito.

 AMICI

E’ un pomeriggio di primavera, mentre si spengono le ultime note di un brano di Antonacci percorro il viale di gelsi che mi porta verso la cascina, isolata in mezzo agli ultimi prati della città. Il cd salta sulle buche che costellano quel tratto di strada. Lo tolgo e lo metto nella borsa insieme ad altri che porto su. Entro, salutata festosamente dai cagnolini che sbucano dagli ulivi e dagli alberi da frutto del cortile e da qualche educatore.

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DACCI OGGI IL NOSTRO PANE

fonte terpress.blogspot.it  Rosa Mauro

 
Questa è una storia che non riguarda terre o paesi lontani.
E non è una storia che riguarda futuri re, principi  o altre persone destinate a diventare famose.
Nessuno dei personaggi di questa storia è ancora in questo mondo, eppure la loro storia è degna di essere raccontata.
Io non la racconterò fedelmente, ma spero di riportarne lo spirito, perché serve che qualcuno, ogni tanto, queste storie le racconti.
E anche se non c'è un c'era una volta, sembra proprio una favola.
 
Siamo in un condominio di periferia, sapete quelli con tanti appartamenti e un giardino interno che dovrebbe servire a farli conoscere tutti.
Ma non è così: ognuno prosegue la sua vita senza preoccuparsi di quelle degli altri, e quando qualcuno muore, la gente dice oh, ma poi prosegue oltre.
Era successo anche quella volta: la moglie di uno degli inquilini era morta, la gente aveva detto "oh, peccato!" ed era andata oltre.
Chi ci aveva scambiato due parole aveva forse anche fatto presenza al funerale, ed aveva stretto la mano, distrattamente, al marito, un uomo solitario, che era conosciuto anche meno della moglie.
Ma proprio questo aspetto era destinato a cambiare, in un tempo brevissimo, pochi mesi forse.

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